16 ottobre 2019
Aggiornato 08:30
La storia

Danna, dall'asilo all'Europa

Nel 1994 papà Federico era il coach che creò la Pallacastro Biella... Vent'anni dopo, il figlio Andrea gioca in prima squadra.

BIELLA - Vent’anni fa andava all’asilo nido. Oggi gioca in una competizione europea e nel secondo campionato nazionale di pallacanestro. Una storia simbolo, dentro la storia della Pallacanestro Biella. Nome del protagonista: Andrea. Che può voler dire poco. Cognome: Danna. Che invece dice molte cose, per chi vive sotto il Mucrone e ama il basket. Perché Federico Danna, il padre, è stato il primo allenatore della Pallacanestro Biella, che nel 1994 iniziò l’avventura nell’allora serie B2. E che oggi fa il responsabile del settore giovanile della società rossoblù. Insomma una figura centrale nella narrazione del movimento cestistico cittadino.

La storia. La scorsa settimana il ragazzo ha esordito in coppa, contro l’Anversa. Una prestazione eccellente, fatta di concretezza e di intelligenza. A bordo campo, Danna padre, scattava foto e gioiva come un papà qualsiasi, felice nel vedere il proprio figlio raggiungere un traguardo tanto importante quanto ambito. Che significato ha, se ne ha uno, questo racconto, di sport ma non solo?

Il padre. «Giocavo e scherzavo con degli amici» prova a minimizzare il tecnico, con un passato da coach di serie A1 a Torino e poi in A2 con l’allora IngFila/Biella. Poi però di fronte all’evidenza deve arrendersi e spiega: «Sì, ero orgoglioso. Credo che l’altro figlio Nicola abbia giocato in precampionato, in serie A, anni fa, con coach Ramagli. Ma un utilizzo come quello che sta avendo Andrea, non lo ricordo per nessuno dei miei ragazzi. Un fatto che mi fa un enorme piacere. Perché Andrea ha un passato modesto, come atleta: mai in squadre nazionali o in selezioni regionali. S’è guadagnato il posto in squadra grazie al suo impegno, alla sua capacità di migliorare anche nelle difficoltà. Come padre non potrei essere più soddisfatto. Perché Andrea ha applicato nel migliore dei modi il concetto di «resilienza» di cui parlo spesso, in palestra ma non solo. Questo dimostra inoltre che per giocare ad alto livello, seppur da comprimario, in questo caso, non è necessario essere alti due metri o avere qualità atletiche eccezionali. Serve molto di più avere la mentalità giusta». «Dico sempre ai ragazzi che alleno che la fortuna non esiste – insiste Danna -. Esiste la capacità di essere pronti quando arrivano le occasioni giuste. In un momento in cui ci sono problemi d’infortuni, Andrea è stato bravo a farsi trovare pronto».

Il figlio. «Danna è un cognome impegnativo – ammette Andrea, con un futuro da radiologo se non dovesse sfondare nel professionismo della palla a spicchi -. Ma ho imparato a conviverci. So quanto valgo. E so che certi traguardi me li sono sudati e guadagnati. Vivo sereno, insomma. E se qualcuno vuole fare pettegolezzi, prego s’accomodi… Io intanto mi alleno. So che ci sarà sempre gente pronta a dire che sono il figlio di Federico Danna e quindi… In questo senso, spero, un giorno, che sia Federico Danna a diventare il padre di Andrea… Ma vedremo…». Sulla situazione della squadra, il playmaker vede il bicchiere mezzo pieno: «Con Mantova abbiamo faticato molto. Se non ci alleniamo al meglio, non rendiamo di conseguenza. Le cose non vanno così male. E poi siamo solo all’inizio della stagione. Io sono contento di poter dare una mano alla squadra. Ad ottobre potevo e pensavo di andare via… Giocare a Biella? Speciale. E’ la mia città. Qui sono cresciuto. Una grande emozione. Non mi monto certo la testa». Su le maniche e pedalare diceva e scriveva Danna. Un po’ coach un po’ papà.