28 marzo 2020
Aggiornato 10:30
Ambiente

«Cave, il quadro normativo è da rivedere»

Due consiglieri regionali incontrano gli ambientalisti a Cavaglià. Tutti d’accordo sul fatto che un buco aperto come cava fa gola per essere riempito di rifiuti: quindi disincentivare fin dove si può, perché poi controllare diventa fin troppo difficile.

BIELLA - Una proposta di legge che vada a svecchiare un quadro normativo non più attuale. «Fermo al momento di forte espansione legato agli anni ‘70, che purtroppo oggi facilita tutti i tipi di evasione». Lo dice il consigliere regionale PD Domenico Rossi con riferimento alle attività estrattive, un settore economico che in Piemonte ha alcune zone storicamente deputate, sul quale è venuta l'ora di pesare bene rischi e ricavi. Per il Biellese si parla della Valledora, a confini tra Cavaglià, Alice Castello e Santhià. Spinto dalle esperienze negative della sua zona di provenienza - il Novarese - Rossi, insieme al collega biellese Vittorio Barazzotto, ha incontrato mercoledì a Cavaglià gli esponenti del Movimento Valledora, per un confronto sui temi caldi dello sfruttamento delle cave di estrazioni: dalle ricadute ambientali a quelle  economiche, alla ricerca di argomenti utili a mettere a fuoco una legge più vicina l’attualità e meno facile ai raggiri.

APPELLO ALLA SANZIONE PENALE - Da rivedere, tanto per cominciare, le sanzioni economiche per chi scava oltre i limiti preposti: niente più sanzioni una-tantum ma progressive, da calcolare in base allo sgarro. Si lancia l’appello alla sanzione penale, e Rossi non si tira indietro: lì decide il Parlamento, ma si possono fare delle mozioni, quantomeno per smuovere le acque e ricordare il problema. Altra spina nel fianco per l’ambiente è la mancata applicazione per le province di Vercelli e Biella del Piano regionale di pertinenza. Si dovrà quindi lavorare in altri modi per evitare il prolificare di scavi dannosi o inutili, basandosi su criteri di opportunità territoriale ed economica. Ecco allora che spuntano i due nodi cruciali: le concessioni delle autorizzazioni, e i controlli per le cave in essere, annessi e connessi con gli introiti sui diritti di scavo che spettano ai Comuni e fanno gola, specie i questi tempi. Svincoliamo i controlli dai Comuni, che possono essere «ricattabili» e non avere le risorse tecniche per farli, propone Rossi. Ma lasciamo invece ai comuni il potere di vincolare la destinazione dei terreni e decidere di non avere cave, rilancia il Movimento. Tutti d’accordo sull’importanza di un controllo sui ripristini dei siti scavati: perché a volte ci finiscono anche materiali che lì non dovrebbero stare. Tutti d’accordo sul fatto che un buco aperto come cava fa gola per essere riempito di rifiuti: quindi disincentivare fin dove si può, perché poi controllare diventa fin troppo difficile.