2 luglio 2020
Aggiornato 23:30
Verrone

«Il sogno di mio padre ora è solo un rudere»

Elisabetta Aiazzone racconta l'amarezza del degrado nel sito di Verrone, dopo la festa e le polemiche

BIELLA - Ha Biella nel cuore, anche se vive e lavora a Genova. Di quello che accade sotto il Mucrone riceve qualche notizia da amici e da conoscenti. Spesso un po’ in ritardo. Ogni tanto volta torna in quella che è stata molto più di una semplice città in cui crescere ma un vero e proprio teatro della sua vita. Perché ci sono cognomi e famiglie che segnano la storia di alcune comunità… Provare per credere!

La figlia di "re" Giorgio
Elisabetta Aiazzone ha scoperto dai social network della festa «rave» nel sito dove il padre, il mobiliere Giorgio, aveva immaginato un’immensa città del mobile. La notizia di centinaia di giovani che ballano e s’accalcano sui ruderi di quella che doveva essere una delle possibili alternative al tessile, allora all’apparenza invincibile, la ferisce come un coltello infilato nel petto. Lentamente. E così la donna, una delle tre figlie dell’imprenditore scomparso nel 1986, prima commenta blandamente l’accaduto, poi fa emergere la sua amarezza.

Occasione sprecata… Il Biellese non capì
«Che tristezza - commenta Elisabetta Aiazzone, 42 anni, di professione architetto -. Riesco poche volte a tornare a Biella e quando vedo quei ruderi dietro ad un incolto ciglio stradale mi rattristo. Credo rappresentino una delle immagini più nitide di come la città e il territorio abbiano sprecato un’occasione. Sia quando mio padre era vivo sia quando poi è morto. Quei capannoni vuoti e devastati resteranno lì per anni, decenni, forse per sempre. Dubito che qualcuno possa ripristinare alcunché. Gli spazi sono troppo grandi. I lavori da fare troppo onerosi. E quanto tirato su da mio padre oggi è praticamente un rudere per l’incuria del tempo».

Lasciati soli… Eredità troppo grande
«Il rave? Non saprei cosa dire e come commentare. Giusto, sbagliato? Ci pensino le autorità competenti. In fondo non spetta a me - aggiunge Aiazzone -. Quel sito non è più della mia famiglia da diverso tempo, anche se nell’immaginario collettivo rappresenta uno spazio che appartiene alla storia del marchio Aiazzone, con quelle facciate che portano il simbolo del logo a biscotto del marchio. In questo senso ammetto che la mia famiglia non ha potuto rigenerare capacità e competenze, dopo la scomparsa di mio padre, nonostante gli sforzi di mia madre, per tenere vivo il marchio e tutto quanto di buono aveva fatto lui. Eravamo poco più che adolescenti. L’incidente e la morte di mio papà, dopo quella di mia madre, la gestione dell’azienda e la programmazione del futuro in mano a troppo abili consulenti... È successo tutto troppo in fretta. Pochi aiuti e per molti versi siamo stati abbandonati o addirittura osteggiati. Ma qui ci sarebbero da aprire discorsi lunghi e complessi, che toccherebbero poteri forti del territorio. Meglio lasciare perdere. Per ora... La vita va avanti. Da allora siamo cresciute e soprattutto ci siamo rialzate».