9 agosto 2020
Aggiornato 22:30
Parla lo psichiatra

«Con le reti di dissuasione sui ponti si possono evitare i suicidi»

L'amarezza di Roberto Merli: «Da anni non si fa nulla e più attenzione a come i media trattano certi argomenti. Scrivere che un adolescente si suicida perché aveva una brutta pagella, può creare un effetto imitativo in un coetaneo...»

BIELLA - «Da anni dico che sul ponte della tangenziale di Chiavazza andrebbero messe delle reti di protezione e di dissuasione. Ma non è stato fatto nulla. Non so di chi sia la colpa. Ma quanto vado a dire da tempo, dati alla mano, purtroppo, non è ascoltato. Con le reti si sarebbe potuta evitare la tragedia di lunedì? E' possibile. E' probabile». E' amareggiato Roberto Merli, psichiatra, responsabile di psichiatria per l'Azienda sanitaria locale. E non solo per la ragazza che, l'altro giorno, s'è tolta la vita, di cui stamattina si sono svolti i funerali nella chiesa a San Paolo. Non gli va giù anche come i media hanno trattato la notizia e appunto, il fatto che i suoi appelli siano stati sempre inascoltati dalla classe dirigente e politica del territorio.

IL PUNTO - «Le reti di protezione e di dissuasione, se realizzate secondo i criteri internazionali pensati per casi analoghi - aggiunge Merli - possono ridurre il fenomeno dei suicidi. Certo non bisogna poi illudersi che nessuno si tolga la vita. Perché dietro ogni suicidio ci sono molti elementi da considerare, molti analisi da fare. Questioni complesse. Ecco perché è tanto sbagliato quanto consolatorio cercare ragioni semplici e immediate a gesti estremi: la fine di un rapporto affettivo, la perdita del lavoro o un cattivo voto a scuola. Serve solo a mettere facili etichette, per tranquillizzare la coscienza. In questo senso mi spiace che alcuni organi d'informazione non rispettino alcune elementari regole di diffusione delle notizie per i casi di suicidi... Scrivere che un adolescente si suicida perché aveva una brutta pagella, può creare un effetto imitativo in un coetaneo... Così come divulgare il contenuto di un singolo messaggio (presente sul cellulare o in una pagina social network), magari di stanchezza o di amarezza, rischia di indurre altri giovani a pensare che la soluzione sia farla finita se si attraversa un periodo difficile. Mi pare evidente quanto questo modo di agire sia sbagliato. Nessun tabù o veti rispetto a notizie drammatiche, ma una maggiore attenzione alla divulgazione di messaggi potenzialmente pericolosi sarebbe auspicabile».