17 novembre 2018
Aggiornato 08:00

C'è una Salumeria Biellese (dal 1925) nel cuore di New York

Se avete progettato una vacanza nella Grande mela ma ad hamburger e patatine preferite i buoni sapori di Biella, c'è un posto che fa per voi. In Madison Square Garden all'incrocio fra 378 8th Avenue e la 29th Street Marc Buzzio, nipote di Ugo Buzzio di Curino e Paul Veletutti vi faranno sentire a casa con il loro presidio Slow Food
La Salumeria Biellese di New York, nel 1925
La Salumeria Biellese di New York, nel 1925 ()

NEW YORK – Se avete progettato una vacanza a New York ma ad hamburger e patatine preferite i buoni sapori di Biella, c'è un posto che fa per voi: la «Salumeria Biellese» in Madison Square Garden all'incrocio fra 378 8th Avenue e la 29th Street.

IN BUSINESS DAL 1925 - Aperta nel lontano 1925 da due immigrati biellesi in quello che una volta era un quartiere degradato, Hells Kitchen, nella centralissima Manhattan, l'emporio ha continuato nei decenni a far assaporare le delicatezze della salumeria italiana agli americani e a far sentire un po' meno lontani da casa i tanti emigrati biellesi e italiani nella Grande mela. Da piccolo negozio di quartiere la «Salumeria Biellese» è cresciuta nel tempo, vedendosi riconoscere nel 2010 il presidio Slow Food e facendo parlare di sé, ma soprattutto dei suoi salumi prodotti in loco secondo la migliore tradizione italiana, dal New York Times alle principali riviste americane specializzate nella cucina di qualità.

PRESIDIO SLOW FOOD - Oggi è gestita da Marc Buzzio, nipote di Ugo Buzzio di Curino (la famiglia mantiene la proprietà della casa del capostipite in paese) che imparò l'arte della salumeria da Mario Fiorio per poi esportarla negli Usa aprendo la Salumeria Biellese dove assunse anche il figlio del suo maestro, Piero Fiorio, e Paul Veletutti. Per Marc e Paul non è stato facile poter continuare a fare salumi nel rispetto della tradizione: i due hanno dovuto combattere una dura battaglia contro le leggi americane in materia di produzione di affettati, vedendosi anche chiudere il locale nel 2003, per poi poterlo riaprire dopo una causa legale costata 100mila dollari.