17 novembre 2018
Aggiornato 08:30

L’addio ai luoghi comuni dell’economia famigliare

I piemontesi non sono più grandi risparmiatori, ma soprattutto non sono più le donne a tenere i conti di casa. In casa si parla sempre meno di denaro, bambini e ragazzi spesso non ne percepiscono il valore
I biellesi non sono più grandi risparmiatori
I biellesi non sono più grandi risparmiatori (Rob Byron)

BIELLA – Che si risparmiasse di meno si era capito, ma numeri e commenti non ci presentano solo il quadro di un’Italia, e nel nostro piccolo, di un Piemonte, che mette meno soldi da parte e soprattutto investe di meno, in più fanno luce su alcune tendenze inaspettate nella gestione dell’economia delle famiglie e nella percezione del denaro, dell’economia e del rischio. A sottolinearlo nei giorni scorsi Giovanna Paladino, curatrice dei contenuti del Museo del Risparmio di Torino, un’iniziativa di Intesa-San Paolo, durante un convegno sul tema.

Piemontesi gran risparmiatori… Una volta
In via generale, gli italiani risparmiano meno e investono meno di un tempo. Se negli anni ‘90, si riusciva a mettere da parte circa un quarto del reddito pro capite disponibile, oggi si arriva intorno al 10%. Secondo un’indagine di luglio 2016 targata Centro Einaudi e Intesa-San Paolo, la nostra Regione si distingue ancora per la capacità di mettere da parte un gruzzolo, circa il 54% degli intervistati ha dichiarato di esser riuscito a risparmiare nell’anno in corso, contro la media nazionale che si attesta al 40% e quella del Nord-Ovest che arriva al 48,9%. Però, c’è un «però», nel 2015 i risparmiatori erano 2 su 3 e mediamente una famiglia piemontese quest’anno ha messo da pare il 4,2% in meno rispetto all’anno scorso. Parlando invece di investimenti, la percezione del rischio resta alta, per diversi motivi: il panorama politico e quello economico, la paura di fare scelte sbagliate e la consapevolezza di non conoscere abbastanza il mercato per lanciarsi in una scelta corretta.

La mamma non tiene più il borsellino
Se l’incertezza sembra ormai permeare tutte le scelte di vita del Belpaese, c’è da dire che stupisce un dato su tutti, quello della disparità uomo/donna nella gestione del denaro in famiglia. Addio alla mamma che tieni i conti di casa, con la quale siamo tutti cresciuti, strano ma vero, negli anni dell’emancipazione sfrenata sono gli uomini a tenere le corde della borsa: «C’è stata senza dubbio un’involuzione, anche preoccupante – spiega Giovanna Paladino – eravamo abituati a considerare la moglie e la mamma come la persona che si prende cura dei conti di casa, che tiene dietro alle spese e fa attenzione alle uscite. Secondo i nostri dati non è più così, crescono invece le donne che delegano tutto ai mariti. Una stima arriva a quantificare questo dato al 65% delle donne. Non sappiamo esattamente quale sia il motivo, solo che si tratta di un trend trasversale spesso indipendente da età, classe sociale e istruzione». Si parla di dati empirici, poiché le banche non possono sbilanciarsi in indicazioni troppo precise e collegate alla privacy, ma aumentano i casi di donne che in fase di separazione si trovano del tutto disarmate perché non conoscono il numero del conto corrente famigliare, non hanno bancomat o carte di credito, e sono completamente dipendenti dall’uomo nella gestione del denaro anche quando percepiscono un reddito da lavoro proprio.

Il valore del denaro si impara da piccoli
L’educazione al valore del denaro può e deve cominciare da piccoli, ma spesso anche qui siamo carenti. «Parlare di soldi mette sempre un po’ in ansia, è chiaro – conferma Giovanna Paladino – ma non parlarne in famiglia è pericoloso. Da noi se ne discute sempre meno, specie in presenza di bambini e ragazzi, quindi la nuova generazione cresce con una concezione del valore dei soldi distorta e semplicistica. Ce ne accorgiamo quando organizziamo laboratori per le scuole al Museo del Risparmio, i piccoli hanno difficoltà a capire da dove provenga il denaro e quanto valga. Avere una paghetta in questo sarebbe d’aiuto, permette ai ragazzi di gestire il loro piccolo guadagno e comprendere che il denaro si conquista lavorando e non va sprecato. Ma in Italia persiste l’idea che dare dei soldi ad un ragazzino, per esempio in cambio di un lavoretto fatto in casa, sia immorale» invece è solo una questione di senso pratico.

«Se non capisco non rischio»
A livello generale, secondo il rapporto annuale di OCSE – Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – il livello di conoscenza di economia e basi della finanza da parte degli italiani è piuttosto scarso. Solo il 37% degli italiani è alfabetizzato, ovvero conoscere gli elementi di base come le definizioni di inflazione, rapporto tra rischio e rendimento, tasso di interesse reale e via dicendo, e meno di un terzo della popolazione ha un’idea precisa del tipo di investimento che potrebbe fare al caso proprio. Scarsa dimestichezza, incertezza economica e paura del futuro spingono l’acceleratore sulla liquidità, vale a dire che i soldi si tengono sul conto, senza investirli.