11 dicembre 2017
Aggiornato 10:00
Biella

Adeguamento salariale ai tessili. Ma l'Uib non ci sta

Sciopero di 8 ore e manifestazione a Firenze, nel giorno di chiusura di Pitti. Unione industriale biellese: «La ricchezza va distribuita se viene prodotta. Non possiamo aumentare i salari quando i bilanci aziendali non lo consentono» 

BIELLA – Ancora sciopero per i tessili. Il 13 gennaio, proclamato uno stop di 8 ore, con adesione dell’80% secondo i dati di Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil. In concomitanza le sigle sindacali hanno organizzato una «contro-sfilata» a Firenze, scendendo in piazza nel giorno di chiusura di Pitti Uomo, manifestazione clou della moda maschile. Appena inferiore alla media nazionale l’adesione locale su Biella, dove sono in attesa del rinnovo circa 12 mila lavoratori, che si è attestata al 70%. Immediata la risposta dell’Unione industriale biellese, che ha chiarito la posizione degli imprenditori locali in merito agli adeguamenti richiesti dai lavoratori.

L’Uib prende posizione sul rinnovo del contratto
«Nel settore Tessile Abbigliamento ci sono aziende che vanno bene, altre che vanno male. Non possiamo aumentare i salari quando i bilanci aziendali non lo consentono. Questo vorrebbe dire perdere ancor di più competitività. Senza considerare che erodere ulteriormente i profitti già marginali o del tutto assenti vuol dire ridurre ancor di più la possibilità di investire. Così, invece di parlare di ripresa, parleremmo di ulteriore deterioramento di un quadro già compromesso» dice Nicolò Zumaglini, il vicepresidente Uib con delega a Relazioni industriali, Welfare e Sicurezza. Una dichiarazione che si allinea alle posizioni di Sistema Moda Italia, le stesse che in ottobre hanno incrinato le possibilità di accordo con le rappresentanza sindacali. Gli imprenditori del Tessile e Abbigliamento non negano la possibilità di adeguamenti, ma vogliono slacciarli dal giogo del tasso d’inflazione ed attaccarli al carro trainato da produttività e flessibilità.

Contrattazione di secondo livello e nuovi parametri di calcolo sull’inflazione
«La ricchezza va distribuita se viene prodotta, dopo che sia stata prodotta e dove si produce. Quindi in azienda – prosegue Zumaglini -. Solo in quella sede è possibile realizzare un collegamento reale tra risultati e salari. Quanto al recupero del potere di acquisto, per evitare in futuro quanto già accaduto, occorre introdurre un meccanismo che consenta di allineare la crescita delle retribuzioni al valore effettivo dell’inflazione». Insomma anche secondo gli imprenditori biellesi i quali, va detto, nel corso degli anni hanno portato avanti relazioni proficue con dipendenti e sindacati, è tempo di cambiare. Non si chiude del tutto agli aumenti ma si mutua la loro esistenza  attraverso nuovi parametri, su questo punto le due parti si sono divise in ottobre e non accennano a riavvicinarsi».

La voce dei sindacati
La richiesta che ha spezzato le trattative è legata ad un adeguamento salariale ex ante, vale dire immediato e basato sulle previsioni d’inflazione, di 110 euro su tre anni. Visto che l’inflazione di fatto non c’è Sistema Moda Italiana non ci sta, e punta su un adeguamento ex pro, calcolato su numeri effettivi a fine esercizio. Quindi se non c’è inflazione niente aumenti. «Dobbiamo tener conto che l’Italia è in deflazione, ma un adeguamento ai salari ci deve comunque essere, un calcolo ex pro  non ci permette di avere una base minima su cui contare, e prevede un lungo slittamento temporale – spiega Gloria Missaggia segretaria Filctem Cgil Biella – L’impressione però è che le aziende spingano sempre più sul legame salario-produttività, che ci può anche essere, ma riteniamo opportuno vagliare solo nelle contrattazione aziendali secondarie. Prima ci deve essere una base equa e sicura per tutti i lavoratori del settore su cui ragionare».