28 giugno 2017
Aggiornato 12:30
Cronaca

«Contro bullismo e reati sessuali su Internet, diaologhiamo con i nostri figli»

Parla Gianna Davì, neuropsichiatra infantile, perito del Tribunale e da un anno collaboratrice della Polizia postale della Questura per reati di adescamento online

A sinistra la dottoressa Davì (© Diario di Biella)

BIELLA - Adolescenti, bullismo, sessualità. Temi di grande attualità, non solo per la cronaca. Anche per famiglie, scuole e tante altre realtà che hanno a che fare con ragazzi e ragazze che si affacciano al mondo, da adulti. Ne parliamo con Gianna Davì; neuropsichiatra infantile, perito del Tribunale e da un anno collaboratrice della Polizia postale della Questura per reati di adescamento online.

Qual è l’età in cui i ragazzi sono più esposti ai rischi del web e dei social network? E ancora: quali sono i loro diversi modi di approcciarsi e quali le loro fragilità?
«Dai 12 ai 18 anni. Molti ragazzi vivono attaccati al pc, con un atteggiamento al limite dello psicotico, in un mondo virtuale che dà loro forti emozioni virtuali attraverso videogiochi che creano l’illusione di interagire con i coetanei solo perché possono condividere online attraverso le cuffiette le strategie per sconfiggere innumerevoli nemici. Le ragazze usano di più il web e i social per chattare o inviare foto di sé stesse e del proprio corpo, ne fanno un uso più «sociale», se così vogliamo dire. Esprimono il loro narcisismo, vogliono l’approvazione degli altri, a volte a costo di sconfinare nella provocazione. L’essere diventa sfumato...».

... E passa attraverso l’apparire, altrimenti non si esiste. Quasi non ci fosse altro di loro da offrire agli altri se non la propria immagine.
«Sì, spesso hanno valori deboli».

Che cosa manca, spesso, ai ragazzi?
«Noto un senso generalizzato di poca gioia di vivere. Quindi si attaccano a qualsiasi cosa dia loro forti emozioni e adrenalina, meglio se filtrato da uno schermo. Così si sentono in qualche modo protetti, posso staccare la connessione in qualsiasi momento e non devono sostenere l’impatto emotivo che da una conversazione con una persona che sta loro davanti, che sorride o aggrotta le ciglia spontaneamente e che si avvicina o allontana nello spazio reale oppure che li guarda negli occhi e rischia di vederli dentro veramente».

In tutto ciò che ruolo hanno i genitori e la scuola?
«Quelli che incontro, spesso sono in balia di sé stessi e dei ragazzi che ad esempio vanno a letto tardi perché costantemente connessi al web o alla televisione e i genitori faticano a dare un limite, così spesso fanno finta di niente oppure lasciano che tengano i telefonini accesi anche in classe senza saperne fare un uso consapevole di strumento didattico».

Quindi come possono essere utili ai loro ragazzi?
«Innanzitutto non delegando ad altri la loro educazione e assumendo ognuno il proprio ruolo nei loro confronti. Un lavoro di comunicazione e di lavoro sinergico famiglia-scuola- terapeuti è sicuramente un ottimo punto di partenza. Mettersi in discussione e confrontarsi onestamente sui propri punti di forza e sulle proprie debolezze permetterebbe a tutti di trovare una strategia comune da attuare per far ritornare i ragazzi in contatto con i loro bisogni profondi».

Tornando ai rischi del web… Parliamo di adescamento online: direi che durante l’ultimo anno il lavoro della polizia postale ha portato a diverse vittorie grazie anche al suo contributo. Come è stata questa nuova esperienza?
«Intensa, ho dovuto gestire situazioni nuove ma i risultati alla fine sono arrivati».

Quali sono i meccanismi che questi individui mettono in atto per agganciare le loro vittime? Su quali fragilità fanno leva? A cosa i genitori devono prestare attenzione dal un punto di vista pratico ed emotivo?
«Sicuramente controllare i loro contatti, le loro amicizie e le loro relazioni affettive nel limite del possibile, i ragazzi sanno essere furbi. L’adescatore utilizza meccanismi di aggancio molto simili a quelli di un pedofilo. Agisce sul senso di solitudine della vittima aumentandone ancora di più l’isolamento facendole credere che lui è l’unico di cui si può fidare, poi inizia con frasi maliziose per tastare il terreno e poi…si arriva alle richieste sempre crescenti di foto, incontri e prestazioni a fronte regali… E se non fanno presa i regali si utilizzano le minacce facendo leva sul senso di colpa che nel frattempo è nato nella vittima».

La solitudine di cui parlavo spesso nasce nei ragazzi che sono «poco visti» cioè quelli a cui i genitori, temporaneamente o costantemente, prestano poca attenzione: figli di genitori appena separati, che lavorano molto e quindi spesso fuori casa, che litigano tra loro e quindi concentrati quasi esclusivamente sulle loro dinamiche…
«Anche qui un lavoro di squadra tra adulti potrebbe aiutare sia i ragazzi che i genitori che riconoscono di essere in difficoltà».

E nel momento in cui dovesse mai verificarsi il fatto come purtroppo è avvenuto? Come ci si  deve comportare?
«Quando parlo con queste ragazze ho cercato di passare il messaggio che qualsiasi cosa abbiano fatto e qualsiasi regalo abbiano ricevuto è comunque stato un modo per usarle. Loro sono state usate perché non si sono volute bene. Quindi è loro dovere iniziare ad amarsi».

Un’ultima cosa su di te: del tuo lavoro, qual è il ricordo più bello che conservi?
La lettera di ringraziamento di una mamma per aver aiutato sua figlia e (voltandosi a guardare la mensola dietro di lei) questo pupazzetto. Me lo ha regalato un bimbo alla fine della terapia accompagnandolo con un bigliettino che diceva: «Quando la dottoressa Davì ti cura puoi dormire sogni tranquilli».

Intervista realizzata da Francesca Zecchini