22 settembre 2021
Aggiornato 07:30
Biella

Aiazzone, da impero del mobile a rudere della vergogna

Un viaggio nella storia e nel mito di una delle imprese biellesi che più hanno fatto parlare sul territorio nazionale, tra mobili, affari e televisione

BIELLA - Là dove una volta sorgeva il sogno di grandezza dell'impero Aiazzone, oggi, ci sono solo ruderi, sporcizia e spazi abbandonati. Luoghi ideali per organizzare rave party tra droga, musica a tutto volume e sbandati di ogni tipo. Ambienti non certo ideali per famiglie d'italiani con in tasca il piccolo grande desiderio di arredare la casa di proprietà, come avveniva nei decenni scorsi... Negli ultimi tempi ne sono stati organizzati alcuni, di mega concerti illegali, con centinaia di partecipanti, denunce delle forze dell'ordine e improbabili processi per il popolo dello sballo. Quello che doveva diventare la nuova città del mobile di Giorgio Aiazzone, insomma, da tempo, è un monumento triste ad una delle storie imprenditoriali che maggiormente hanno segnato la storia della televisione commerciale e, per molti versi, degli anni Ottanta del nostro Paese.

Le origini

Il Mobilificio Piemontese fu inaugurato nel 1981. In seguito fu ribattezzato Mobilificio Aiazzone. A guidarlo Giorgio Aiazzone, intraprendente timoniere di un vascello pirata che portò il piccolo nome dell'azienda biellese ai vertici della notorietà nazionale, fino alla prematura scomparsa nel 1986. Un solo lustro per una storia che, sotto il Mucrone, è diventata una piccola leggenda, che non ingiallisce nonostante il trascorrere dei decenni. Per troppo tempo infatti è stato impossibile, per qualsiasi cittadino biellese, spostarsi fuori dalla propria città, senza trovare qualcuno che non gli chiedesse conto di quel mobilificio dalla martellante pubblicità televisiva. Già, perché gran parte del successo commerciale dei mobili Aiazzone, a detta di tutti, fu legato alle oramai mitiche pubblicità che occupavano la televisione privata del Paese dal pomeriggio alla sera, negli anni Ottanta, in piena espansione, grazie alle intuizioni di un personaggio cui, spesso, Aiazzone, fu poi accostato: Silvio Berlusconi.

«Provare per credere»

Promotori sorridenti e capaci come Guido Angeli, divennero quindi familiari in tutti i tinelli delle case degli italiani, come i nomi ed i prezzi di cucine e camere da letto che venivano offerte a prezzi stracciati. Anzi, di più. E la consegna? «Gratuita in tutta Italia, isole comprese» come recitava un celebre slogan forse non casualmente un po' razzista, poco prima che la Lega Nord diventasse un movimento (quasi) di massa.

Profeta in patria?

Dove poteva arrivare questo piccolo grande imprenditore dalle ambizioni smisurate e dalle visioni vaste come le montagne biellesi? Forse lontano, certamente oltre i confini del piccolo Biellese dove venne sempre osteggiato e mai preso in considerazione dal mondo imprenditoriale locale, che all'epoca garantiva la piena occupazione con le eccellenze delle aziende tessili. I numeri però parlano chiaro. Alla sua morte, Aiazzone aveva creato davvero un impero. Al momento della scomparsa, l'azienda aveva oltre 170 dipendenti nell'unica sede di Biella, che allora si trovava ancora in Provincia di Vercelli. Il budget pubblicitario superava i 3 miliardi di lire l'anno ed il fatturato era di circa 30 miliardi di lire. Cifre importante, non solo per l'epoca. Nella città biellese, ma non solo, Aiazzone era diventato il «re del mobile». Grazie ad affari che andavano alla grande era diventato da un «signor nessuno» ad uno degli uomini più in vista della provinciale ma comunque ricchissima «piccola Svizzera», all'epoca tra le città italiane più benestanti d'Italia.

E ancora

L’imprenditore acquistò una famosa villa cittadina: Villa Reda, magnifico esempio di architettura in stile Liberty, a due passi dal polmone verde dei giardini Zumaglini. Sulla struttura giravano strane voci, ma l'imprenditore era sulla cresta dell'onda e non si curava né di queste né di altre dicerie: quelle per esempio che riguardavano i suoi mobili, che si rompevano subito dopo la consegna che, magari, non era proprio gratuita. Cioè: era gratuito l'arrivo dei camion fin sotto casa degli acquirenti, ma per scaricare il tutto e sistemarlo nelle stanze, bisognava pagare...

La morte e la fine del sogno

A fermare la corsa verso altri sicuri successi imprenditoriali, un destino beffardo. Aiazzone muore infatti il 6 luglio del 1986, a soli 39 anni: il «re del mobile» era insieme ad un'amica con cui si era alzato in volo dal piccolo aero-club di Cerrione. Insieme doveva esserci anche Sandro Delmastro, avvocato e storico leader locale della destra post-fascista, che poi diventerà deputato della Repubblica.

Il lento declino

Dopo di lui, nulla fu più come prima. Le vicende più recenti, infatti, nulla ebbero ed hanno più a che fare con la storia breve ma fulgida di quel piccolo-grande imprenditore che fu Aiazzone che da Biella voleva (e forse poteva) conquistare il mondo (degli affari). Già a partire dagli anni Novanta, infatti, la notorietà dell'azienda scivolò verso il basso. Parte del personale della sede venne licenziato e gli eredi nel volgere di breve tempo si videro costretti a raggiungere forme di accordi e di cooperazione con altre aziende del settore. In questo modo l'indipendenza e la forza propulsiva di un marchio che aveva conquistato le fantasie e le voglie consumistiche degli italiani (attraverso la modalità del pagamento a rate, sul modello americano) persero sempre più slancio. Il fatturato nel 1999 era già la metà degli anni d'oro del fondatore. Non mancarono neanche vertenze e incomprensioni tra i familiari ed eredi di Aiazzone, che aveva ereditato dal padre un piccolo mobilificio ma si era praticamente fatto da sé arrivando a dare lavoro a centinaia di persone (tra operai, architetti e impiegati e collaboratori vari). Nel 2008 il marchio «Aiazzone» venne rilevato da Renato Semeraro, che, insieme alla famiglia Borsano «resuscitano» il marchio aprendo alcuni punti vendita a Milano e a Torino. Ma il destino non sorride all'impresa, desinata a guai con la giustizia, problemi sindacali e insuccessi commerciali vari. E comunque, nessuno, né in città, né in Italia, collegava davvero quest'operazione all'identità originaria di un'impresa che era riuscita ad intercettare un sentimento diffuso negli italiani: la voglia di comprare tutto e subito, attraverso il pagamento rateale: che diventerà prassi per molti altri settori, dagli elettrodomestici alla telefonia.

I luoghi simbolo

L'ex sede principale del mobilifiico Aiazzone, ora, appartiene alla catena Mercatone Uno. E nella mega città del mobile che doveva nascere alle porte della città, nella quale Aiazzone sognava di portare migliaia di italiani via terra e via mare, crescono erbacce. Secondo alcune leggende (accreditate anche su diversi siti Internet) qualcuno negli anni successivi all'incidente aereo avvenuto in Lomellina sostiene di aver visto Aiazzone in qualche paese tropicale... Un destino solitamente riservato ai grandi miti della storia.

«Un'occasione sprecata… Il Biellese non lo capì»

«Che tristezza - commenta Elisabetta Aiazzone, 43 anni, di professione architetto, ricordando l'amata figura paterna -. Poche volte riesco a tornare a Biella e quando vedo quei ruderi dietro ad un incolto ciglio stradale mi rattristo. Credo rappresentino una delle immagini più nitide di come la città e il territorio abbiano sprecato un’occasione. Sia quando mio padre era vivo sia quando poi è morto. Quei capannoni vuoti e devastati resteranno lì per anni, decenni, forse per sempre. Dubito che qualcuno possa ripristinare alcunché. Gli spazi sono troppo grandi. I lavori da fare troppo onerosi. E quanto tirato su da mio padre oggi è praticamente un rudere per l’incuria del tempo».

Lasciati soli… Eredità troppo grande

«Il rave? Non saprei cosa dire e come commentare. Giusto, sbagliato? Ci pensino le autorità competenti. In fondo non spetta a me - aggiunge Aiazzone -. Quel sito non è più della mia famiglia da diverso tempo, anche se nell’immaginario collettivo rappresenta uno spazio che appartiene alla storia del marchio Aiazzone. In questo senso ammetto che la mia famiglia non ha potuto e saputo rigenerare capacità e competenze, dopo la scomparsa di mio padre, nonostante gli sforzi di mia madre. Tenere vivo il marchio e tutto quanto di buono aveva fatto mio padre si è rivelato impossibile. Io ero poco più che adolescente, all'epoca. Ricordo che successe tutto troppo in fretta. E poi, pochi aiuti e per molti versi siamo stati abbandonati o addirittura osteggiati. Ma qui ci sarebbero da aprire discorsi lunghi e complessi, che toccherebbero poteri forti del territorio. Meglio lasciare perdere. Per ora. La vita va avanti. Da allora io e ed i miei familiari siamo cresciuti e soprattutto ci siamo rialzati».