23 ottobre 2018
Aggiornato 06:00

«Il Cappellificio Cervo non poteva andare in malora»

Parla Vincenzo Caldesi, artefice del piano di salvataggio da 2 milioni di euro in partnership con Zegna. Riapertura entro inizio estate. Massimo riserbo, però, sul futuro dei dipendenti
L'azienda
L'azienda (Diario di Biella)

SAGLIANO MICCA – «Quando a dicembre 2016 il Cappellificio Cervo andò in liquidazione, me ne dispiacque molto, non solo perché ne ero socio di minoranza da anni, ma soprattutto perché una realtà unica sul nostro territorio rischiava di andare in malora, cosa che purtroppo sta capitando a molte ex attività produttive biellesi» si esprime senza mezzi termini Vicenzo Caldesi, che nei giorni scorsi ha reso pubblica la notizia della sua acquisizione, insieme a ZECA, dello storico stabilimento di Sagliano. Chiusa da oltre un anno, la cosiddetta «fabbrica museo» riaccenderà le proprie macchine entro l’inizio dell’estate, nel frattempo ripercorriamo insieme a Caldesi la strada che l’ha portato fino all’acquisizione, e facciamo il punto sul futuro prossimo dell’attività.

IL SALVATAGGIO – A fine 2016 la messa in liquidazione ha chiuso in modo definitivo la «gestione Romiti», terminata a causa delle difficoltà oggettive nell’appianamento dei debiti pregressi, e con essa anche una delle produzioni di cappelli più apprezzate sul mercato dell’accessorio in termini di qualità: «Mi sono riproposto fin da subito di pensare ad un piano di salvataggio plausibile, vale a dire comprensivo di partner finanziari, strategici e operativi – racconta Caldesi -. Sono partito dalla famiglia Borrione, che come sappiamo di cappelli se ne intende e che del Cappellificio Cervo era stata azionaria di maggioranza prima dell’entrata in scena di Maurizio Romiti, e sono arrivato fino a Zegna». La ZECA, società che ha finanziato buona parte dell’acquisizione, fa infatti capo al Gruppo Ermenegildo Zegna, entrato così a piè pari nella proprietà e nella pianificazione del futuro del Cappellificio.

IL RUOLO DI ZEGNA - «La fiducia nell’operazione espressa dal Gruppo Zegna è stata fondamentale e mi ha lusingato, parliamo di uno dei brand leader mondiali nell’abbigliamento maschile – commenta Caldesi – è stato proprio Ermenegildo Zegna, CEO del Gruppo, a sottolineare il valore dell’abilità manifatturiera espressa dal Cappellificio Cervo e quanto sia importante preservarla e mantenerla viva». Ma al di là del contributo economico, quale sarà il ruolo di Zegna nel nuovo asset d’impresa? «Non parliamo solo di denaro – puntualizza Caldesi – la Ermenegildo Zegna parteciperà in maniera attiva alle strategie utili a ricollocare i brand del Cappellificio Cervo sul mercato. Nessuno più di Zegna ha la percezione di come si evolva la moda e quale sia la direzione migliore da prendere per riconquistarsi un ruolo nel mondo dell’accessorio».

LA RIPRESA DELL’ATTIVITÀ - Lo stabilimento potrebbe riaprire i battenti già prima dell’estate: «Grazie anche alla collaborazione del liquidatore e dell’organo giudiziario la prassi di acquisizione è stata rapida, abbiamo già le chiavi in mano e a giorni partiremo con il ripristino. C’è molto lavoro da fare sugli impianti, poiché sono rimasti fermi per diverso tempo» prosegue Caldesi, che non si espone invece sul futuro dei 22 dipendenti dell’azienda, tema sul quale per il momento vige il massimo riserbo. Riserbo che comunque dovrebbe essere sciolto a breve, se nel giro di pochi mesi si prevede la riaccensione delle macchine. Per quanto riguarda invece l’asset societario, oltre a Zegna il ruolo chiave spetterà alla famiglia Borrione: «Giorgio Borrione insieme ai suoi figli, che nel frattempo hanno dato vita ad una propria azienda, la Artigiani Cappellai, si occuperanno delle parti operativa e strategica». Quale ruolo, invece, per l’artefice del salvataggio? «Io ci sarò sempre, in qualità di azionista e finanziatore, ma con un ruolo meno strategico».

IL FUTURO DEL CAPPELLO – Stabilito che Cappellificio Cervo ha nuova chance di ripresa, qual è invece la presa sul volubile mercato del fashion dell’accessorio cappello? Di sicuro è un classico, proprio come la «fabbrica museo» che qui li produci seguendo una tradizione centenaria, ma non basta, il suo  posizionamento sul mercato andrà rinnovato e ripensato: «Di certo il cappello a tesa ha sempre i suoi estimatori ma sta un po’ scemando – commenta Caldesi – per contro piacciono molto altri stili come quelli più informali dei cap e delle cuffie». Insomma i tre brand Barbisio, Cervo e Bantam, presto rinfrescheranno il suo stile, vedremo e vi racconteremo come.