19 giugno 2021
Aggiornato 11:30
Eccellenze biellesi

Tumore al pancreas, il contributo della Fondazione Tempia

L’utilizzo del Cannabidiolo in combinazione con la chemioterapia standard aumenta significativamente la sopravvivenza di modelli murini con adeocarcinoma pancreatico

BIELLA - Una ricerca condotta dalle università Curtin in Australia e Queen Mary di Londra, pubblicata oggi sulla rivista scientifica internazionale Oncogene, dimostra che modelli murini di carcinoma pancreatico sopravvivono almeno tre volte più a lungo del normale se trattati con Cannabidiolo in combinazione con Gemcitabina. Quest’ultimo insieme all’Abraxane è il farmaco tipicamente utilizzato per il trattamento del tumore pancreatico.

Il cannabidiolo (CBD) è un cannabinoide naturale, un metabolita non psicoattivo della Cannabis sativa. Ha effetti rilassanti, anticonvulsivanti, antiossidanti, antinfiammatori, favorisce il sonno ed è distensivo contro ansia e panico. In particolare, il CBD interagisce come antagonista verso alcuni recettori quali ad esempio i recettori GPR55, che risultano sovraespressi nelle cellule tumorali di pazienti con adenocarcinoma pancreatico.

L’autore principale della pubblicazione, il professor Marco Falasca del Curtin Health Innovation Research Institute e della Scuola di Farmacia e Scienze Biomediche della Curtin University, sottolinea che il Cannabidiolo è in grado di aumentare fortemente l’efficacia della Gemcitabina. «Questo studio» spiega il professor Falasca «dimostra che l’efficacia del trattamento chemioterapico dei nostri modelli viene notevolmente aumentata con l’utilizzo di un particolare costituente della cannabis terapeutica». Secondo il ricercatore questo studio ha potenziali importanti implicazioni nel trattamento del tumore pancreatico umano: «L’aspettativa di vita dei pazienti con tumore al pancreas non si è molto modificata negli ultimi 40 anni, perché esistono molti pochi trattamenti disponibili, e spesso sono solo palliativi. Dal momento che solo il 7% dei pazienti con tumore al pancreas sopravvive per più di cinque anni dalla diagnosi della malattia, è davvero urgente poter identificare nuovi trattamenti e nuove strategie terapeutiche».

La ricerca, che è stata finanziata dal Pancreatic Cancer Research Fund e dalla Fondazione Avner Pancreatic Cancer, ha coinvolto anche ricercatori dell’Università Queen Mary di Londra, dell’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara, della Fondazione Edo ed Elvo Tempia di Biella e dell’Istituto Beatson per la Ricerca sul Cancro in Scozia.

In particolare, le ricercatrici della Fondazione Edo ed Elvo Tempia di Biella Giovanna Chiorino e Lidia Sacchetto, attualmente dottoranda del dipartimento di matematica del Politecnico di Torino, hanno contribuito allo studio delineando la modalità che fa sì che nel tumore pancreatico ci sia una sovraespressione di GPR55, il recettore che viene inibito dal Cannabidiolo. Nella maggioranza dei tumori pancreatici una proteina chiamata p53, avente il ruolo di soppressore della crescita tumorale, non funziona perché il gene deputato alla sua produzione è mutato. Di conseguenza, essa non è in grado di attivare l’espressione di un piccolo RNA chiamato miR-34b-3p il quale avrebbe tra i vari compiti, tutti rivolti a bloccare la crescita del tumore, anche quello di inibire la produzione proprio del recettore GPR55.

Il professor Falasca, che ha anche una posizione onoraria all’Università Queen Mary di Londra, sta collaborando al momento con l’azienda biofarmaceutica Zelda Therapeutics Ltd, specializzata nei cannabinoidi, per identificare nuovi trattamenti contenenti la cannabis terapeutica per pazienti con malattie croniche e fatali, quali il tumore del pancreas.

L’articolo originale «GPR55 Signalling Promotes Proliferation of Pancreatic Cancer Cells and Tumour Growth in Mice, and its Inhibition Increases Effects of Gemcitabine», è scaricabile a partire dal 30 luglio 2018 dal sito della rivista oncogene https://www.nature.com/onc/.