25 maggio 2019
Aggiornato 00:30
La polemica

Decreto Sicurezza, il sindaco di Biella: «Non lo condivido. Faremo ricorso»

Il sindaco Marco Cavicchioli, spiega: «Non condivido il decreto, ma sono anche il rappresentante di un'istituzione. Ecco cosa faremo»
Decreto Sicurezza, il sindaco di Biella: «Non lo condivido. Faremo ricorso»
Decreto Sicurezza, il sindaco di Biella: «Non lo condivido. Faremo ricorso» ANSA

BIELLA - Biella si ribella al Decreto Sicurezza. Anche Marco Cavicchioli, primo cittadino Biellese, ha deciso di uscire allo scoperto e di dire la sua sulla norma voluta dal ministro dell'Interno Matteo Salvini e tanto discussa negli ultimi giorni. Tra sindaci «disobbedienti» e favorevoli, la posizione di Cavicchioli è ancora diversa. Sia chiaro: il sindaco è contrario al Decreto Sicurezza, ma è consapevole di essere un uomo delle istituzioni. Ecco perché la scelta è diversa: Biella si opporrà al Decreto Sicurezza tramite un ricorso alla Consulta.

Di seguito il pensiero di Marco Cavicchioli, sindaco di Biella, sul Decreto Sicurezza:

«Non condivido il decreto che negli ultimi giorni è sulla bocca di tutti, e anche di molti colleghi sindaci. Condivido ancor meno chi fa alchimie con le parole e strumentalizza, giocando sulla pelle delle persone per un applauso social in più: un richiedente asilo che ottiene un permesso di soggiorno, per quanto provvisorio, non è un clandestino, come dicono alcuni con evidente disprezzo, perché ha titolo per restare sul territorio italiano. E per questo anche di essere iscritto come residente.

Ma sono anche il rappresentante di un'istituzione. E, come tale, provo enorme disagio nell'immaginare di contravvenire a una norma approvata dalla maggioranza del Parlamento democraticamente e controfirmata dal Presidente della Repubblica. Per questo sceglierò una via differente alla cosiddetta disobbedienza civile per oppormi a questa norma ed è la via che consente la legge. Seguo l'iniziativa della Regione Piemonte, che intende predisporre un ricorso alla Consulta. E, per sviluppare iniziative simili, sono in contatto con i colleghi sindaci attraverso l'Anci, quelli per cui - dice un ministro che forse dimostra meno senso delle istituzioni di noi nei nostri piccoli municipi - sarebbe «finita la pacchia». Quale pacchia, poi? Quella di un Comune come il nostro che, forse unico in Italia, ha risposto per due volte agli appelli della Prefettura mettendo a disposizione immobili comunali per dare un tetto ai richiedenti asilo assegnati alla provincia e trovando soluzioni provvisorie come la scuola di via Coda e l'ex sede Atap, ma più dignitose di una tendopoli?

Una norma la si può far cambiare o far annullare da parte della Corte Costituzionale perché non in sintonia con la nostra Costituzione. Sono certo che un ricorso possa avere fondamento perché il «decreto sicurezza» limita i diritti legittimi di una categoria di cittadini: non iscrivere all'anagrafe una persona che dispone di un regolare permesso di soggiorno, sebbene provvisorio, e pertanto ha titolo di restare in Italia, vuol dire privarla, per esempio, dell'accesso alla sanità pubblica. Vuol dire creare un cittadino di serie B. Questo è orrendo dal punto di vista umano, a mio avviso. Ma sono convinto che sia anche inaccettabile dal punto di vista legale, benché il decreto sia stato promulgato dal Presidente della Repubblica, cui compete un vaglio di natura esclusivamente preliminare e sommario. Del resto tutte le leggi che nella storia della Repubblica sono state «cassate» dalla Corte Costituzionale, organo deputato al controllo di legittimità costituzionale delle leggi, erano state prima firmate dal Presidente in carica, come normale che sia.
Per questo mi iscrivo alla lista di coloro che, con le armi della legge, cercheranno di dimostrare l'incostituzionalità di questa norma. Della sua iniquità, invece, sono già certo».